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Cinema Bambini- Mulan

Agile, bella e spericolata, la piccola Mulan è l’affezionata figlia maggiore di un rispettato veterano dell’esercito imperiale cinese. Giunta all’età adulta, l’attende la rinuncia alla libertà dell’infanzia e il matrimonio combinato con un uomo che porti onore alla famiglia e ne perpetui il buon nome. Ma un attacco da Nord da parte dei mongoli Rouran obbliga l’imperatore ad apprestare un’armata per combattere l’invasore, così che ogni famiglia del regno viene costretta a mandare un uomo in guerra. Per evitare al padre, zoppo e anziano, di arruolarsi a morte sicura, Hua Mulan si traveste da uomo, si arma della spada di famiglia e cavalca alla volta dell’accampamento dell’armata imperiale, dove si distingue tra i soldati per l’ottimo addestramento e le sue curiose teorie sulle donne.
La leggenda del personaggio di Mulan (letteralmente Fiore di Magnolia) è antica e radicata in tutta la Cina e risale ad una breve “ballata” pensata per incoraggiare le giovani ad essere coraggiose e a “tirare fuori l’uomo che è in loro”.
Quest’ultima indicazione, che era già stata ribaltata e utilizzata con ironia nel film di animazione di Cook e Bancroft, qui si trasforma nel suo contrario letterale, in quanto, per rispondere al terzo comandamento, quello della sincerità, Mulan farà invece uscire allo scoperto la donna che è in lei, sotto le mentite spoglie maschili. In questo modo il film di Niki Caro riporta l’eroina alle tradizionali figure letterarie delle donne combattenti e delle guerriere erranti (nüjiang e nüxia), che non nascondevano la loro femminilità ma la esibivano sul campo di battaglia, figure storicamente reali, riprese dal fortunato cinema orientale di cappa e spada.
Ma è soprattutto sul piano visivo che il remake di Mulan (se così si può dire, trattandosi di due film molto diversi) imita le meraviglie grafiche e action dei wuxia pian, rinunciando del tutto alla componente di commedia del lungometraggio di animazione del 1998 e cercando, senza però arrivarci integralmente, l’epica e la cura storico-filologica del modello che lo ispira. E in quest’ottica vanno lette, naturalmente, anche la presenza di Jet Li e Donnie Yen, la festa dei colori e dei costumi, e la ripresa di inquadrature e coreografie tipiche del genere.
Nel complesso compromesso tra i temi della nobiltà marziale, del sacrificio, della lealtà, dello stigma dell’esilio, da un lato, e della sorellanza, del richiamo del lato oscuro, della determinazione di genere, dall’altro, l’accordo tra Oriente e Occidente giunge su due punti chiave per entrambi i partiti: la devozione alla famiglia (che per Disney si traduce nella missione del family come genere über alles) e l’importanza del nome (tradizione, in un caso, e identità, ma anche brand, nell’altro).
Tutto è bene quel che finisce bene? Quasi. Malgrado la gentilezza di Yifei Liu e il carisma di Gong Li, infatti, si avverte la mancanza della goffaggine tutta umana della protagonista del cartoon, e non c’è sufficiente pathos drammatico per farne definitivamente altro. L’incontro-scontro tra la fenice e il falco, tra la tradizione orientale e quella disneyana, è uno spettacolo gradevole e un’interessante apertura su nuovi orizzonti, alla fine del quale, però, si contano più i caduti sul campo, e cioè gli elementi persi da entrambe le parti, che i bottini della vittoria
